Anche l’apparente innocenza dei fumetti può celare intenti razzisti e colonialisti. E non solo negli anni trenta del secolo scorso… forse.
di Gianni Sartori
Negli anni sessanta e settanta la visita a Léon Degrelle, ospite della Spagna franchista, costituiva una sorta di doveroso pellegrinaggio (così come quello a Otto Skorzeny) per i neofascisti nostrani. Molti dei quali divennero a loro volta ospiti del regime per sfuggire alle inchieste giudiziarie che li avevano individuati come manovalanza della strategia della tensione. Ricambiando con la collaborazione alle operazioni di “guerra sucia”, soprattutto all’epoca degli ultimi “colpi di coda” del franchismo agonizzante.In particolare nell’anno immediatamente successivo alla morte del dittatore (novembre 1975). Contro i rifugiati baschi in Ipar Euskal Herria (v. Pertur, luglio 1976), contro i comunisti (Matanza de Atocha, gennaio 1977) e contro lacomponente democratica del Carlismo (v. Montejurra – Jurramendi,maggio 1976).
Ma chi era ‘sto Degrelle?
Belga vallone, era nato a Bouillon nel 1906. Ammiratore di Charles Maurras e dell’Action française (estrema destra), venne assunto come redattore al Vingtième Siècle, quasi contemporaneamente al fumettista Georges Prosper Remi. Costui, conosciuto come Hergé, per il suo personaggio Tintin si era ispirato proprio al collega Degrelle di cui condivideva molte idee (sostanzialmente di integralismo cattolico, ferocemente anticomunista) illustrando anche alcune copertine dei suoi libri (v. Histoire de la guerre scolaire. 1879-1884). Quanto a Degrelle nel 1935 fondò un movimento di ispirazione fascista conosciuto come rexismo.Basato sull’antiparlamentarismo, sul rifiuto dei partiti tradizionali (considerati tutti indistintamente “ladri e corrotti”) e sull’antisemitismo.
Sosteneva con forza le teorie del corporativismo e non disdegnava i metodi dello squadrismo. Tantomeno disdegnava i finanziamenti da Germania e Italia. Ancora nel luglio 1936 aveva incontrato a Roma Mussolini e Ciano, mentre nel settembre dello stesso anno fu ricevuto a Berlino da Hitler e von Ribbentrop.
Dal 1940 divenne un attivo collaborazionista degli occupanti nazisti (pare fosse assai stimato da Hitler), sia operando contro la resistenza belga, sia combattendo sul fronte orientale contro l’Unione sovietica al fianco dei tedeschi.
Nell’aprile del 1945 riuscì a fuggire con un aereo andandosi a schiantare nei pressi di San Sebastian. Sopravvissuto all’incidente, trovò rifugio in Spagna sia durante la dittatura franchista che successivamente (fino al decesso nel 1994). Nonostante la condanna a morte in quanto collaborazionista dei nazisti, non venne mai estradato.
In Spagna, oltre a scrivere le sue memorie (impregnate di negazionismo), si dedicò con la sua azienda ai lavori pubblici (tra cui anche alcune basi statunitensi, già presenti nella penisola iberica prima dell’adesione della Spagna alla Nato).
Premessa questa indispensabile per affrontare la questione, solo apparentemente irrilevante, della recente ristampa di “Les Aventures de Tintin, reporter du «Petit Vingtième», au Congo” (questo il titolo originale dell’edizione del 1931) di Hergé.
Disgustosa rappresentazione, infarcita di razzismo e colonialismo, della seconda avventura di Tintin. La prima, semplicemente orrenda, era stata “Tintin au pays des Soviets” e risaliva all’anno precedente.
A seguito di innumerevoli discussioni e dibattiti in merito al razzismo (per alcuni solo presunto) che contraddistingue l’opera di Hergé – e questo racconto in particolare – il Conseil représentatif des associations noires (Cran) ancora nel 2007 aveva auspicato che una eventuale ristampa fosse accompagnata da una adeguata prefazione per contestualizzare storicamente la vicenda.
E almeno questo è avvenuto.
Tuttavia non tutti si sono dichiarati soddisfatti, ricordando che Hergé non aveva mai visitato il Congo (tantomeno l’Unione sovietica su cui aveva sparso letame a piena mani) e si era limitato a veicolare luoghi comuni e cliché diffusi dalla propaganda colonialista. Sia disegnando le caratteristiche fisiche (vedi le labbra grosse), sia facendo esprimere gli indigeni in un francese rozzo e approssimativo.
Indigeni descritti come “sottomessi e contenti”, oltretutto. In quella che quantomeno si può definire un’opera di interessata falsificazione.
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