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La storia di Hassan, morto di cancro e processato senza avvocato nè interprete

Da cinque anni nessuno parlava con lui. Era malatissimo. Lo accusavano di essere uno scafista, difesa zero. Le ultime ore libero, accolto da Mimmo Lucano

di Angela Nocioni da l’Unità

Ha giallo anche il bianco degli occhi. Indica il fianco, la schiena, dice in arabo che lì ha dolore, ma nessuno lo ascolta. Da cinque anni nessuno comunica con lui nella sua lingua. Nessuno al carcere di Arghillà, al nord di Reggio Calabria, parla arabo. C’è bisogno di parlare arabo per capire che una persona che si piega in due dalle fitte al fegato va portata in ospedale?

Fine pena: metà marzo. Quando, a gennaio, il medico del carcere gli fa fare una ecografia, la diagnosi confermata dalla tac è ‘tumore al pancreas al quarto stadio con metastasi’. Il tribunale di sorveglianza decide che quello stato è non compatibile con la detenzione. Il caso non gli era mai stato segnalato prima. Non c’è un avvocato? No, al processo c’era un difensore d’ufficio ma il detenuto non sa neanche il suo nome, “ricordo solo che aveva i capelli lunghi” dice. Il 24 febbraio viene scarcerato. Ricoverato a Reggio, viene trasferito a Locri. Non sanno dove mandarlo a morire. Ormai non c’è più nulla da fare e per le cure palliative non c’è posto neanche all’hospice.

Lui non può camminare, parla a fatica, come si tira su dal letto si piega in due per le fitte. La primaria di oncologia chiama il sindaco di Riace, Mimmo Lucano. L’avvocato di Lucano si occupa di tutte le carte necessarie al trasferimento e il 2 marzo un’ambulanza porta il detenuto nel Villaggio globale di Riace che, smantellato da Salvini, è tornato in funzione con volontari. A Riace, di fronte a un interprete, il detenuto scarcerato per morire dice: “Finalmente posso parlare la mia lingua”. La sua storia l’ha trovata e raccontata Simona Musco, per il Dubbio. Lui è arrivato in Calabria con uno sbarco a Roccella Jonica il 19 ottobre del 2021. Condannato in primo grado per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina dal Tribunale di Locri, la fabbrica degli scafisti: ne sfornano a volontà. Al carcere di Locri c’è un piano terra traboccante di mani nere che sporgono dalle sbarre: tutti immigrati, tutti giovanissimi, tutti dentro ex articolo 12 del testo unico immigrazione.

Condanna confermata in appello il 17 gennaio del 2023 e in via definitiva il 2 giugno del 2023. Bisogna andarli a vedere questi processi, raccontarli. Ascoltare i testimoni, la pubblica accusa, gli interpreti della polizia, cercare gli accusatori e vedere se qualcuno s’è preoccupato d’averli disponibili per l’esame probatorio.
A Riace gli chiedono di contattare la famiglia, di chiamare i suoi cinque figli. Non vuole. “Non voglio che mi vedano così, avevo promesso a tutti che dall’Italia li avrei aiutati”. Lui si chiamava Habashy Rashed Hassan Arafa, veniva dall’Egitto. E’ morto ieri, primo giorno di primavera. Dell’Italia ha visto solo il carcere.

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