Émile Pouget ci spiega che, grazie al sabotaggio, il lavoratore dispone di un’arma di resistenza efficace per tener testa allo sfruttatore
di Marco Sommariva*
È da fine anno scorso che, spesso, mi torna in mente una mia vecchia lettura: Il sabotaggio di Émile Pouget.
Per sabotaggio s’intende un’azione volta a ostacolare o ritardare la realizzazione di un progetto o l’effettuazione di un’attività; è un termine che risale alla rivoluzione industriale, a quando i tessitori licenziati danneggiavano i telai a vapore, gettando negli ingranaggi i loro zoccoli di legno, i sabot, appunto.
La lettura mi è tornata in mente quando, per esempio, il 20 dicembre dello scorso anno ho letto su L’indipendente che il nuovo Ddl Sicurezza 1660 che il governo italiano aveva fatto approvare alla Camera, restringeva “il diritto a manifestare e a esprimersi pacificamente”; oppure quando, lo scorso gennaio, il Fatto Quotidiano titolava “Il chiodo, il vento e ora l’ombra del sabotaggio: tutte le giustificazioni di Salvini e Fs per tre mesi di guasti alla linea e ritardi dei treni” un pezzo in cui, fra le altre cose, si scriveva che “Trenitalia rompe gli indugi e presenta un esposto superando a destra qualsiasi spiegazione fornita finora: orari e tipologie di guasti fanno pensare a circostanze altamente sospette”; oppure quando, giorni fa, la rivista Jacobin parlava della mobilitazione di lavoratori e lavoratrici che, il 17 marzo scorso, “hanno organizzato il loro primo sciopero nazionale, particolarmente riuscito. Una lotta atipica, non si vedono molti dipendenti delle catene librarie scendere in piazza contro l’azienda. Anche perché il settore non è particolarmente in forma, i libri hanno un andamento fluttuante ma da qualche anno, dopo il Covid, hanno iniziato a segnare una discesa costante”, uno sciopero nato “per ottenere 1,50 euro di aumento del buono pasto”.
Mi fermo qui ma avrei altri articoli, episodi che, negli ultimi mesi, mi hanno riportato alla mente lo scritto di Pouget.
Mi fermo qui e vi racconto qualcosa di questo volumetto edito nel 1913 – Il sabotaggio, appunto – opera di uno dei militanti anarchici più rappresentativi del movimento operaio francese, colui che per primo definì l’idea di sabotaggio, un concetto che, sin dal 1897, la Confédération Générale du Travail definirà “ufficialmente” un metodo di lotta sindacale.
Pouget ci spiega che, grazie al sabotaggio, il lavoratore è in grado di resistere, non è più alla mercé del capitale, dispone di un’arma di resistenza efficace per tener testa allo sfruttatore: “Con il “boicottaggio” e il suo indispensabile complemento, il “sabotaggio”, disponiamo di un’arma di resistenza efficace che, in attesa del giorno in cui i lavoratori saranno abbastanza forti da emanciparsi completamente, ci consentirà di tenere testa allo sfruttamento di cui siamo vittime. I capitalisti lo devono sapere: il lavoratore rispetterà la macchina solo quando questa sarà diventata per lui un’amica che riduce il lavoro, anziché essere come oggi la nemica, la ruba-pane, l’ammazza-lavoratori”.
Il militante anarchico ci ricorda che “la minaccia del sabotaggio spesso può dare risultati altrettanto utili del sabotaggio stesso”, auspica che “il sabotaggio entri a far parte dell’arsenale delle armi di lotta dei proletari contro i capitalisti, allo stesso titolo dello sciopero, e che l’orientamento del movimento sociale abbia sempre più la tendenza all’“azione diretta” degli individui e una maggiore consapevolezza della loro personalità” e ha una certezza, quella che “tutto andrebbe a meraviglia nel mondo capitalistico se gli operai avessero la stessa incoscienza delle macchine di ferro e di acciaio di cui sono i servi e se, come queste, avessero a mo’ di cuore e di cervello una semplice caldaia a vapore o una dinamo”.
Pouget riporta un episodio accaduto nel 1908 a Beaford, nell’Indiana (Stati Uniti), che la dice lunga su come l’essere umano può reagire ai soprusi e alle ingiustizie, se si mantiene lucido, se non si lascia addomesticare dai media, anestetizzare dai Social: “[…] un centinaio di operai ai quali avevano appena comunicato che era stata imposta loro una riduzione di salario che ammontava a una dozzina di centesimi l’ora. Senza profferire parola, si recarono in una vicina officina e fecero rifilare i loro badili di due pollici e mezzo. Dopodiché, se ne tornarono al cantiere e risposero al padrone: A paga ridotta, badili ridotti!”
Più o meno nello stesso periodo, a Lione “gli addetti ai tram […], per rendere impossibile la circolazione delle vetture con crumiri come conducenti, colavano cemento negli scambi delle rotaie”.
Ci sono casi in cui non val la pena ridurre la quantità del prodotto, ma la qualità: “[…] quelli che lavorano a cottimo, se rallentassero la loro produzione, sarebbero le prime vittime della loro stessa rivolta passiva, perché saboterebbero il loro stesso salario. Devono quindi ricorrere ad altri mezzi e devono preoccuparsi di ridurre la qualità e non la quantità del loro prodotto”.
Se si tace, si resta passivi di fronte a falsificazioni, sofisticazioni, inganni, menzogne, furti e truffe che costituiscono la trama della società capitalistica, saremmo complici: “È ben certo […] che tante fortune si sono costruite solo grazie al silenzio sulle piraterie padronali mantenuto dagli sfruttati che vi hanno collaborato. Senza il loro mutismo, sarebbe stato difficile, se non impossibile, per gli sfruttatori condurre in porto i loro affari; se ci sono riusciti, se la clientela è caduta nelle loro reti, se i loro profitti sono aumentati a valanga, è grazie al silenzio dei loro salariati”.
È necessaria, quindi, la pratica dell’aprir bocca; ci racconta Émile Pouget: “[…] alla pratica dell’“aprire bocca” […] hanno deciso di ricorrere gli impiegati delle società bancarie e della Borsa. In un’assemblea generale […] il loro sindacato ha deciso di adottare un ordine del giorno in cui si minacciava che, se i padroni avessero fatto orecchio da mercante di fronte alle rivendicazioni avanzate, si sarebbe infranto il silenzio professionale, rivelando al pubblico quanto accadeva in quelle tane di ladri che sono le società finanziarie”.
Sia chiaro che “il sabotaggio operaio si ispira a princìpi generali e altruistici: è un mezzo di difesa e di protezione contro le estorsioni padronali; è l’arma del diseredato che lotta per la propria esistenza e quella della sua famiglia; mira a migliorare le condizioni sociali delle masse operaie e a liberarle dallo sfruttamento che le soffoca e schiaccia”.
Non va dimenticata un’altra pratica spesso sottovalutata, che andrebbe attuata più spesso, l’ostruzionismo: “L’“ostruzionismo” è una tecnica di sabotaggio a rovescio, consistente nell’applicare scrupolosamente i regolamenti, nello svolgere ciascuno la mansione assegnatagli con sapiente lentezza e un’attenzione esagerata”.
Questa azione diretta proclama “il senso e l’orientamento dello sforzo che compie la classe operaia nell’assalto che essa conduce, senza tregua, contro il capitalismo” – il virgolettato è un estratto da L’action directe, un testo di Pouget pubblicato nel 1910.
Anche se, al giorno d’oggi, lasciare tutta questa responsabilità alla sola classe operaia ha il sapore di un’ingiustizia.
Sempre da L’action directe: “L’azione diretta è un concetto di una tale chiarezza, di una limpidezza così evidente, che essa si definisce e si spiega già con la sua enunciazione. Essa significa che la classe operaia, in reazione costante contro l’ambiente attuale, non si aspetta alcunché dagli uomini, dai poteri o dalle forze che le sono esterne, ma che essa crea le proprie condizioni di lotta e trova in se stessa i propri mezzi di azione”.
Giustamente, potrebbe essere che qualcuno si stia domandando cosa c’entra questa specie di riassunto de Il sabotaggio e quest’ultimi estratti con gli articoli da me citati a inizio pezzo. Mi credete se vi dico che non ricordo più i corto circuiti che hanno collegato il tutto? Sarà l’età. Fate vobis.
*scrittore sul sito www.marcosommariva.com tutte le sue pubblicazioni
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